Petite Maman (2021)

Eccovi alcune recensioni sul film!
"Nelly (Joséphine Sanz) ha otto anni e ha appena perso la nonna materna. Mentre si trova nella casa d’infanzia di sua madre, decide di andare a esplorare il bosco circostante…
Il quinto lungometraggio della regista francese Céline Sciamma è un film che conferma il notevole talento di un’autrice che continua a stupire per la sua sensibilità. Dopo Ritratto della giovane in fiamme arriva un’altra pellicola al femminile, che rimanda però agli esordi della regista e, in particolare, a Tomboy, la sua potentissima opera seconda. Come in quel caso siamo di fronte a un vero e proprio racconto di formazione, in cui il tema dell’identità avrà un ruolo semplicemente fondamentale. Petite Maman è un film ad altezza di bambino che sembra “piccolo” solo in apparenza, perché, nonostante la breve durata (circa 70 minuti), al suo interno ci sono una serie di spunti profondissimi e potenti. Non mancano anche sorprese e colpi di scena in questa pellicola che si apre con una sequenza strepitosa, con la piccola Nelly che dà il suo arrivederci alle altre persone dell’istituto in cui si trovava sua nonna: un ultimo saluto non solo a degli esseri umani, ma anche a un luogo in cui una persona cara ha trascorso i suoi ultimi momenti. E non è un caso, poiché Petite Maman è un grande film di spazi, a partire da una casetta fatta di legna che diventa un luogo dell’anima, a tutti gli effetti. Il tempo è fluido mentre gli spazi rimangono in questo lungometraggio toccante e poetico, delicato e incisivo allo stesso tempo. Alla base un’idea narrativa semplice eppure grandissima: l’elaborazione del lutto come chiave per empatizzare più da vicino con le persone che più amiamo. Presentato in concorso al Festival di Berlino 2021."
"Nel Cinema di Céline Sciamma, il percorso identitario delle protagoniste passa sempre attraverso il nome. Caso emblematico è "Tomboy", in cui, quando alla piccola Laure (che nelle prime scene il film ci ha indotto a credere maschio) per la prima volta è chiesto come si chiama, si ribattezza "Michael", sancendo lo scollamento tra sesso e genere. Anche in "Petite Maman" il discorso è centrale: la prima parola che udiamo è "Alexandrie", come termine da inserire nelle parole crociate, e sarà proprio un’interpellazione a suggellare il finale. Nel suo quinto lavoro, "piccolo" nella durata (72 minuti) e nella realizzazione (un cast di soli cinque interpreti e una troupe ridotta, con le limitazioni dovute all’emergenza sanitaria, essendo stato girato nell’autunno 2020), la regista francese, dopo l’acuto ritratto adolescenziale dei film precedenti, si rivolge qui all’universo infantile. La piccola, Nelly, dopo la morte della nonna, passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion. Girovagando nel bosco, si imbatte per caso in un’altra bambina che sta costruendo una capanna di legno e che scopre essere la propria madre alla sua stessa età, con cui nascerà un rapporto speciale.

Nell’opera, presentata in Concorso al 71° Festival di Berlino, la forte componente autobiografica dell’autrice (le location sono i boschi in cui giocava da bambina, nella cittadina natale di Pontoise) si inscrive in un’atmosfera di realismo magico che, nella sua commistione con l’elemento traumatico, può rievocare "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki. Scegliendo come protagonista una bambina di otto anni, viene meno quella dimensione della nascita e della costruzione del desiderio che caratterizza tutta la "trilogia dell’adolescenza" (composta da "Naissance des Pieuvres", "Tomboy" e "Diamante Nero"), ma "Petite Maman" è perfettamente aderente alla sua poetica, in particolare nel suo approccio sensoriale e sinestetico, la resa delle sensazioni provate dai personaggi. L’approccio intimo e lieve rende in modo indelebile l’esperienza infantile: la macchina da presa segue la piccola protagonista, si colloca alla sua altezza e aderisce al suo sguardo, evidenziandone i momenti di stasi, di silenzio, di noia. La casa in cui lei si ritrova è spesso al buio, in contrapposizione con la forte luce che proviene dall’esterno; semispoglia, ma ancora abitata dalla presenza fantomatica della defunta nonna e dalla presenza viva dei ricordi d’infanzia della madre. Ma anche in questo caso, la componente gotica non è calcata, perché ricondotta alla percezione della protagonista, che non si fa spaventare ma anzi cerca di accogliere le ombre riflesse sulle pareti alla ricerca di un contatto. Anche la componente ambientale gioca un ruolo fondamentale: il vento tra gli alberi, la pioggia, il rumore dell’acqua del fiume fanno da sottofondo continuo e persistente. Come per Laure/Michael di "Tomboy", il bosco era il rifugio in cui sperimentare la libertà fuori dalle logiche identitarie imposte dalla società [1], per Nelly lo è dall’atmosfera funerea che aleggia negli interni e segna anche la madre, allontanandola dalla figlia. Il fatto di essere toccata fin da piccola dall’esperienza della morte è un marchio che sembra precluderle tutta la dimensione di gioiosità infantile e la costringe a dover crescere prima del tempo: così, in una scena, non si fa problemi ad aiutare il padre a tagliarsi la barba; tratto in comune con la piccola Marion che vediamo già intraprendente ai fornelli. Quando poi le due bambine giocano ai travestimenti, la messinscena diventa raggelante metafora della loro condizione: Marion interpreta la moglie di un defunto, Nelly, mascherata da uomo, il detective che indaga sul suo misterioso decesso.
La dinamica del viaggio nel tempo per ritrovare il proprio genitore alla medesima età richiama inevitabilmente un altro modello cinematografico, quello di "Ritorno al futuro". Come si verificava in "Naissance de Pieuvres" nei confronti del teen movie, Sciamma aderisce a questo canone, piuttosto che prenderne le distanze o ribaltarlo. Allo stesso tempo, lo depura da ogni rompicapo o "What if" ludico per concentrarsi sulla dimensione umana, sui caratteri delle due bambine e sulla loro relazione. Così, anche il "salto temporale" è narrato senza elementi di transizione ma in modo naturale come loro lo vivono. "Vieni dal futuro?" chiede Marion. "Arrivo dal sentiero dietro di te" risponde Nelly. Lei si ritrova così in un'oasi felice in cui finalmente avere una compagna di giochi e potersi lasciarsi andare alla spensieratezza, seppur solo in una breve parentesi, perché l’alone funereo è già presente e inesorabile: Marion infatti racconta che sua nonna, di nome Nelly, è morta l’anno precedente. Ma soprattutto occasione in cui poter creare un legame prima impossibile con la propria "piccola madre": trovarsi coetanee permette infatti di potersi aprire e confessare all’altro e, una volta tornati al presente, poter superare la solitudine reciproca e tornare ad abitare i luoghi del proprio passato, in cui piano piano comincia a intravedersi uno spiraglio di luce. Luca Sottimano"

"La Sciamma ebbe l’idea per il film durante la promozione di Ritratto della Giovane in Fiamme e, dopo averla sognata di continuo, ne ultimò la scrittura durante il primo lockdown. Tutta l’intensità di cui il film è intriso basterebbe a farne un’opera intima, profonda e malinconica. Però qui subentra una certa farraginosità nella messinscena.
La regista e sceneggiatrice, infatti, nello sforzo di caricare di significato ogni scena, finisce per far parlare, comportare e ragionare come adulte le due bambine, con il risultato che ciò che succede sullo schermo troppo spesso ha un respiro artificioso, eccessivamente grave, esasperatamente impegnato. È evidente che i personaggi di Nelly e Marion, nelle intenzioni dell’autrice, avvertano il peso della malinconia più di quanto non accada comunemente alla loro età, ma su tale elemento Céline Sciamma rintuzza con non necessaria insistenza, perdendo in sintonia con le sue stesse protagoniste (che pur rimangono delle bambine).
Così, dietro l’aria fittissima che si respira nella vita di queste due piccole sempre accigliate, posate ai limiti del meccanico, dalla parlata lenta e dai lunghissimi silenzi, si intravede la regista che sente il peso del confronto col suo lavoro precedente. Le atmosfere visive del tardo pomeriggio, che spesso abbiamo incontrato nei suoi titoli passati, le ritroviamo qui come una costante, anche negli ambienti al chiuso: il cono direzionale e basso di un fascio di luce calda proiettato orizzontalmente sulla scena è una costante che lega quasi tutti i frame.
I livelli di lettura di un film come Petite Maman sono inevitabilmente molteplici; tutti alternativi e tutti complementari, ma comunque ognuno capace di risuonare con l’esperienza vitale dello spettatore. Nel gioco condiviso, nelle domane sul passato e sul futuro, nel silenzio sconvolto di chi assiste all’impossibile, ritroviamo la quintessenza del tempo e dei legami che ci uniscono. Nonostante le suddette problematiche e un ritmo che è eufemistico definire dilatato, con Petite Maman Céline Sciamma realizza un’opera imperfetta ma potentissima e piena di emozione, un racconto di anime, che riflette sul passato dal quale sono infestati i luoghi (lo aveva fatto anche Lowery in Storia di un Fantasma), sui fili nascosti che ci legano con i nostri cari, sulla proiezione interiore che creiamo di chi ci è vicino e su una ciclicità del tempo che si perpetua segretamente. «Gli occhi sono lo specchio dell’anima», vuole un consunto luogo comune, ma la Sciamma ci invita a guardare in faccia chi ci ha messi al mondo e a vedervi la nostra stessa essenza. L’anima rispecchiata, in quel caso, è la nostra. anonimacinefili.it"

Un'interessante intervista alla regista:
https://youtu.be/6_9chYZZeUU

Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=_W3UFyj_zrw&ab_channel=TeodoraFilm
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