Clara è una giovane donna che come estrema conseguenza di una depressione post-partum ha annegato i suoi due figli. Ricoverata in un ospedale psichiatrico in Toscana, entra in contatto con una comunità di donne-Medee che hanno tutte affrontato il gesto estremo dell'infanticidio. In modo particolare, stringe rapporti con le tre compagne di stanza Eloisa, Rina e Vincenza, ognuna dotata di un carattere estremamente diverso e di una complessa fragilità. Mentre la vita nell'istituto procede fra sedute di terapia di gruppo, piccole crisi e felici momenti di festa, al di fuori Luigi, il marito di Clara, cerca lentamente di ricostruirsi un'esistenza serena pur rendendosi conto di non riuscire a smettere di amare la donna che gli ha dato e poi portato via i suoi figli.
Quattro donne diverse tra loro, ma legate da una colpa comune: l'infanticidio. All'interno di un ospedale psichiatrico giudiziario, trascorrono il loro tempo espiando una condanna che è soprattutto interiore: il senso di colpa per un gesto che ha vanificato le loro esistenze. Dalla convivenza forzata, che a sua volta genera la sofferenza di leggere la propria colpa in quella dell'altra, germogliano amicizie, spezzate confessioni, un conforto mai pienamente consolatorio ma che fa apparire queste donne come colpevoli innocenti. Clara, combattuta nell'accettare il perdono del marito, che si è ricostruito una vita in Toscana, sconta gli effetti di un’esistenza basata su un'apparente normalità. Eloisa, passionale e diretta, persiste ogni volta nel polemizzare con le altre, un cinismo solo di facciata. Rina, ragazza-madre, ha affogato la figlia nella vasca da bagno in una sorta di eutanasia. Vincenza, nonostante la fede religiosa sarà l'unica a compiere un atto definitivo contro se stessa. Ha ancora due figli, fuori, e per loro riempie pagine di lettere che non spedirà mai.
Quello della madre assassina è un tema che, pur nato nella classicità, non ha mai smesso di inquietare la nostra morale e in modo particolare la nostra cultura, per la quale l'istinto materno è ancora "conditio sine qua non" della femminilità. La scrittrice Grazia Verasani (creatrice del bel personaggio dell'investigatrice Giorgia Cantini di Quo Vadis, Baby?) ne ha fatto l'argomento di un lavoro teatrale che riesce finalmente a superare il tipico imbarazzo di chi non sa come affrontare il problema se non nascondendolo sotto il tappeto o esibendolo nella superficie liscia di un plastico televisivo. A sua volta, Fabrizio Cattani traduce la pièce per il cinema mantenendo lo stesso atteggiamento discreto di chi va a toccare l'infanticidio non con la mano aggrottata del coroner ma con quella tesa dello psicologo.
L'atteggiamento è talmente evidente che il film sembra costruito come una seduta di terapia di gruppo in cui è la dimensione sociale dell'insieme, piuttosto che i fantasmi della psiche di ognuna delle donne, a garantire la chiarezza del messaggio. Maternity Blues difatti abbandona presto i toni da thriller intimista per accentrarsi su quelli di un melodramma costruito attorno a quattro archetipi della personalità femminile: la sbandata, ribelle e seducente Eloisa al polo opposto rispetto all'ingenua e fragile Rina; la devota e saggia Vincenza contro l'emotiva e instabile Clara. In questo modo, il film si avvicina a una sorta di Ragazze interrotte catturato in una fotografia livida e connaturato da un senso di mestizia che, se servono a umanizzare le quattro protagoniste, non le redimono dalle trappole dello schematismo. La forza dell'indicibilità del messaggio ("Non tutte le donne nascono madri") rimane intatta, ma è questo eccesso di sovrapposizione fra irrazionale e razionale, fra pathos e logos (secondo la dizione della tragedia classica) a lasciare incompleta la poetica delle passioni di queste Medee d'oggi.

Scheda film

Data di uscita
2011
Paese
Italia
Regia
Fabrizio Cattani
Sceneggiatura
Fabrizio Cattani, Grazia Verasani
Fotografia
Francesco Carini
Interpreti
Andrea Osvárt, Monica Barladeanu, Chiara Martegiani, Daniele Pecci, Marina Pennafina, Elodie Treccani
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