#Focus – Western

Alcune recensioni e interviste relative al film.
La campagna bulgara come terreno western. Proprio quello del titolo. Dove l’azione però diventa spesso mentale, un territorio psicologico dove i pensieri anticipano i fatti o sono soprattutto delle pericolose premonizioni. Si avverte che c’è sempre qualche cosa che sta per accadere in Western. E la calma apparente e la tendenza a ritardare quello che sta per avvenire alimentano ancora di più oscuri presagi. Più mentali che visivi. Che però poi sembrano avverarsi davvero nel film. Ciò era accaduto anche nel film più conosciuto di Valeria Grisebach, “Desiderio” del 2006, dove la doppia vita del protagonista, sposato e con amante, continua ad essere messa in rapporto non solo con quello che la moglie può scoprire ma anche gli altri abitanti. Il villaggio, non casualmente, torna in entrambi il film. Luogo chiuso, dove si concentra lo sguardo su ‘la vita degli altri’. E in “Desiderio” era una squadra di pompieri che si spostava in un’altra zona per lavoro. In Western è invece un gruppo di operai tedeschi che viene mandato in una zona remota della campagna bulgara per un lavoro complicato. Sul posto, si risveglia in loro un senso dell’avventura che però si scontra con i pregiudizi degli abitanti locali.
La descrizione del lavoro iniziale cede progressivamente la mano al contrasto tra i personaggi e l’ambiente che li circonda. Il film di Valeska Grisebach riesce a creare efficaci barriere invisibili, a cominciare da quella linguistica, che diventa sin da subito quasi una bomba che può esplodere da un momento all’altro. E per certi aspetti Western può richiamare proprio lo stato d’animo di quei protagonisti che si ritrovano in un posto sconosciuto e sono costretti a vivere lì. Ma l’ambientazione appare anche quella ‘malata’ di una specie di Cane di paglia bulgaro. Dove lo straniero è visto non tanto come un nemico ma viene circondato da una diffidenza che si avverte in maniera palpabile ad ogni movimento, ad ogni parola. La scena in cui uno di loro, che si vuole ambientare maggiormente con gli abitanti locali, vuole acquistare le sigarette, è emblematica. Ma la Grisebach si spinge oltre e mostra come il rapporto con luogo inizia a creare delle fratture proprio tra gli stessi operai.

In Western, emerge una forte formazione documentaristica della regista, laddove lo sfondo antropologico e paesaggistico ingloba con tale naturalezza la vicenda umana che si vuole raccontare nel film.
I tratti così peculiari delle località scelte per le riprese hanno di sicuro un carattere segnante. La storia è ambientata infatti in territorio bulgaro, in una zona rurale e boschiva al confine con la Grecia, dove una ditta tedesca ha l’incarico di portare a termine alcuni lavori necessari alla costruzione di una centrale idroelettrica. Teutonici operai, quindi, alle prese con la diffidenza e con l’esistenza quieta, per non dire piatta, della gente del posto. E ciascuno di loro, a partire dal così solitario, ombroso ma in fondo bendisposto protagonista, ci mette qualcosa di suo, nel tentativo di comunicare con gli autoctoni. Qualcuno risulterà inevitabilmente più opportunista, altri più volenterosi, sinceri. Ma ciò che poco alla volta si genera e che fa presa sullo spettatore, portandolo ad essere emotivamente partecipe per le ben due ore di durata del lungometraggio, è un clima da “lost in translation” perenne, che il desiderio di conoscenza reciproca espresso dalle due parti riuscirà solo in parte a scalfire. Il risultato? Tra ricordi dell’alleanza tra i due popoli nella Seconda Guerra Mondiale e difficoltà a trovare una sintonia nel presente, ad affermarsi è un cinema di frontiera nel cuore della vecchia Europa.

Qui trovate un'interessante intervista al regista:
https://www.youtube.com/watch?v=gTTeeBC5P1g
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