#Focus – The Strange Little Cat

Il regista tedesco Ramon Zürcher ha esordito con il suo primo lungometraggio The Strange Little Cat nella sezione Forum alla Berlinale. Se a un primo sguardo assomiglia a una fiction televisiva da 72’ su una famiglia in un appartamento di Berlino, i movimenti dei suoi protagonisti, coreografati con cura, e un peculiare umorismo gli offrono buone possibilità di una distribuzione d’essai.
I fratelli adolescenti Simon (Luk Pfaf) e Karin (Anjorka Strechel) vanno a trovare i genitori (Jenny Schily, Matthias Dittmer) e la sorellina Clara (Mia Kasalo), seguiti dagli altri membri della famiglia allargata invitati a cena, insieme ad alcuni vicini di casa e amici arrivati per ragioni diverse — riparare la lavatrice o portare del cibo. Parlano e fanno poco altro, cose di tutti i giorni che si trasformano in eventi a partire dalle storie che raccontano senza apparente motivo, come quelle delle bucce delle arance che cadono sulla parte arancione o di uno sconosciuto che durante una proiezione al cinema tiene inconsciamente il piede su quello della madre.
C’è anche il gatto a chiazze arancioni del titolo, ma è ben più strano il cane nero a cui piace sentire le fusa del gatto — cosa che sembra peraltro condivisa da tutta la famiglia. I suoni giocano un ruolo importante nel film: Clara accompagna fruscii e fragori della cucina con urla. I loro spostamenti nella cucina e nel resto dell’appartamento sono coreografati con cura e hanno probabilmente richiesto molte prove (o tanta fortuna nell’improvvisazione) per raggiungere le dinamiche precise di un giorno nella vita di una famiglia. Alcuni eventi e dialoghi ritornano ritmicamente, come il gioco con un elicottero telecomandato, un bottone cucito su una camicia o la discussione sul funzionamento dei polmoni.
E se il film non ha forti punti drammatici, è evidente che non era comunque questo l’obiettivo di Zürcher. Strange Little Cat è un piccolo film delicato e divertente che racconta la vita quotidiana di una famiglia, e il regista lo fa con sicurezza e affetto".
- Vladan Petkovic, Cineuropa

Intervista al regista (da cineuropa)

Ad un primo sguardo, la vita familiare nel suo The Strange Little Cat sembra armoniosa e felice anche se un po‘ caotica. Ma a uno sguardo ravvicinato non è difficile notare che le relazioni tra i membri della famiglia sono passivo-aggressive.
La percezione del film da parte delle persone varia molto: alcuni notano l’aspetto comico e lo ritengono leggero, altri sottolineano le caratteristiche di psicodramma e lo trovano opprimente e difficile. È il risultato del lavoro della macchina da presa e della scrittura della sceneggiatura, di come le azioni e i dialoghi sono posizionati nel film. Non si conformano alla classica struttura narrativa ma hanno un’esistenza autonoma, sono frammenti combinati in un collage, senza però dover servire il plot. Il film è costituito da elementi narrativi più piccoli: alcuni avvengono fuori dal fuoco della macchina da presa, altri totalmente fuori schermo, e quello su cui ci si concentra dipende dallo spettatore.

La coreografia dei protagonisti che si muovono nell’appartamento, in particolare in cucina, è perfetta. Come ha lavorato con gli attori e il direttore della fotografia alla messa in scena?
Avevo un’idea molto specifica del layout dell’appartamento quando stavo scrivendo la sceneggiatura, e ho ideato una precisa coreografia per questo spazio "ideale". Il luogo nel quale siamo finiti a girare non era quello che avevo in mente così, insieme al direttore della fotografia Alexander Hasskerl, abbiamo adattato lo script e fatto uno storyboard dettagliato per mantenere il concept iniziale di una macchina da presa statica, una messa in scena dinamica ed un montaggio economico. Abbiamo provato ogni giorno le scene del giorno stesso per vedere se le situazioni immaginate funzionassero davvero nella realtà e per trovare il ritmo giusto. È stato interessante ma anche molto stancante, soprattutto nelle scene con tutti gli attori e gli animali insieme. C’era anche la pressione del tempo, perché in Germania l’orario lavorativo per i bambini è molto limitato.

Le storie che i personaggi si raccontano appartengono più a un diario personale o una riflessione che a una conversazione.
Il confronto con la scrittura del diario è appropriata: le esperienze che i personaggi si raccontano non sono materiale di conversazione interessante, ma lo fanno in maniera intima perché vogliono essere capiti e condividere esperienze per sfuggire alla solitudine. Il linguaggio però li limita, e le persone a cui parlano non rispondono, restano distanti — i monologhi non diventano dialoghi che collegherebbero i personaggi, così restano isolati e separati, anche nel cerchio familiare.

Ha lavorato molto con i suoni degli oggetti di cucina e i dettagli visivi come scene separate di una tazza di thè, un bicchiere di latte, una buccia d’arancia sul pavimento.
La storia del film è minimale, e l’elaborazione precisa dell’atmosfera del film era per me molto importante. Il sound design è fondamentale in questo senso e volevamo avere una qualità musicale utilizzando suoni diegetici per supportare alcuni aspetti (il suono devastante della macchina del caffè in relazione con la madre e i suoi tratti passivo-aggressivi). Gli oggetti hanno un ruolo simile: volevamo incorporarli come elementi del film importanti quanto i personaggi, gli animali o le frasi. E se non sono rilevanti o visibili nell’azione, quando sono isolati come "still life" la loro presenza si amplifica, e hanno un ruolo silenzioso in questa danza domestica. Fanno parte di un universo filmico che ho cercato di rendere ricco e vario, con molti elementi diversi che gli spettatori potranno scoprire sotto la superficie".

 
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