# Focus – Sparrows

Eccovi una recensione del film:
"Sparrows, ‘Passeri’ il titolo italiano, è il film del giovane regista islandese Rúnar Rúnarsson, realizzato nel 2015, ma in uscita nelle nostre sale da giovedì 2 marzo, è un Bildungsroman, la storia di un’estate islandese determinante nella vita di Ari, adolescente dinoccolato e smunto dalla voce d’angelo e un limpido sguardo nocciola, che, in una manciata di notti bianche, sperimenta la brutalità della strappo che separa la dolcezza dell’infanzia dall’amara aridità dell’esistenza adulta. Ragazzo dotato e sensibile, Ari viene costretto dalla partenza della madre per una missione umanitaria a lasciare Reykjavík e a tornare nel villaggio di campagna dove vive ancora suo padre, mai del tutto ripresosi dal divorzio, insieme alla nonna, una donna saggia che, pur accudente, non cede affatto alla tentazione di deresponsabilizzare il figlio, un uomo apparentemente adulto, ma più profondamente immaturo e inadeguato, al quale l’età anagrafica non ha corrisposto alcuna lezione di temperanza. Il tema del coming of age è classicamente letterario e cinematografico, eppure sorprende come, nonostante le sue infinite rivisitazioni, non abbia ancora esaurito la sua urgenza. ‘Passeri’ è, dunque, un film che sa ben intercettare le potenzialità emozionali di un motivo che potrebbe essere ripetuto all’infinito senza concedere nulla allo spauracchio del già visto, ma non è altrettanto in grado di capitalizzare lo spunto narrativo e di tradurlo di una rappresentazione incisiva. La fotografia polverosa e rarefatta avvolge come una pellicola una vicenda trascinata senza ritmo, con il rischio di spegnere un paesaggio anti-retorico per eccellenza, quello spigoloso, bruno e cromaticamente insaturo dell’Islanda, nella trita retorica di un cinema del rigore, dimesso per manifesto e non per un’autentica tensione verso lo scabro poetico. Benché appannata, resta, tuttavia, un’esperienza visivamente e concettualmente interessante quella che persegue il film di Rúnarsson nel consegnarci un’Islanda non da spot, molto lontana dal paradigma ideologico di perfezione civile, spesso fabbricato, per velleità, dalle nostre zoppicanti civiltà mediterranee avvelenate dal disfattismo e dall’appiattimento manicheo. L’Islanda non è solo un Eden del welfare o delle politiche ambientali, ma anche un microcosmo spoglio in cui il confine tra indipendenza e solitudine si allarga in una macchia indistinta di stordimenti compulsivi e squallore relazionale: il regista ce lo mostra in filigrana, ma è questo taglio critico, che allaccia all’universalismo intimista il particolarismo sociale, l’aspetto più interessante di un film che esige dallo spettatore uno sguardo paziente, educato all’attesa".
Fonte indie-eye.it

Rúnar Rúnarsson è pluripremiato sceneggiatore, regista e produttore islandese, nato a Reykjavik nel 1977 e formatosi alla National Film School of Denmark. Ha presentato i propri film nei maggiori festival internazionali, tra i quali il Festival di Cannes. Presentato al 40° Toronto Film Festival e candidato per l'Islanda agli Oscar 2017 come Miglior Film Straniero, Passeri è il suo terzo film, dopo Volcano (2011), non distribuito in Italia.
Ecco qui un'interessante intervista di Cineuropa al regista
"Quali tematiche vuole affrontare in Passeri?
Rúnar Rúnarsson: Ci sono troppi film costruiti per raccontare una cosa sola e a volte pretendono anche di custodire la verità, come se fossero storie della Bibbia. Questo non mi piace e voglio che i miei film siano più ampi. Sparrows parla del passaggio all’età adulta di un ragazzo che attraversa un periodo di transizione, ma il film parla anche della relazione padre-figlio, d’integrazione, del ritorno alle origini, di mascolinità, amore, perdita e perdono. Amo lavorare con molti elementi, perché la vita è più complessa di una sola morale in 90 minuti. La vita non è bianca o nera, è grigia, con diverse sfumature. È la realtà e voglio che sia percepita dal pubblico. Si tratta di un film, quindi deve essere visivo e narrativo. Dato che ho capito che lo spettatore ama identificare a quale genere preciso appartiene il film, io e il mio staff definiamo il nostro lavoro come realismo poetico. Perché è importante avere bellezza ed estetica.

Senza essere molto cupo, l’universo di Passeri è molto duro. È la sua visione della vita?
Bisogna rendersi conto che ci sono degli ostacoli da superare nel corso della vita, che è inevitabile dover affrontare piccoli e grandi drammi. Ma bisogna evidenziare le cose belle. E se nel mio film ci sono uno o due eventi che possono essere scioccanti, la mia intenzione non è quella di impressionare gratuitamente, ma di far provare la bellezza che ne segue. È un errore lasciar pensare allo spettatore che tutto è bello e luminoso come succede nelle produzioni hollywoodiane o che la vita è un inferno senza speranze come in alcuni film d’essai. Nessuna delle due opzioni è corretta, perché nella vita, quando si cade, ci si rialza e il sole splende di nuovo. C’è sempre speranza, non bisogna mai perderla.

Usa un metodo particolare per le riprese?
Ho incontrato la maggior parte dei miei collaboratori, in particolare il mio tecnico del montaggio e il direttore della fotografia, alla scuola di cinema in Danimarca. Abbiamo lavorato su molti progetti e insieme abbiamo creato il nostro stile, soprattutto nel ritmo delle scene che corrisponde al realismo della nostra visione. Non tagliamo e spesso usiamo quello che viene filmato dopo la ripresa. Anche se non ho potuto usare una 35 mm, Sparrows è girato in Super 16, perché non c’è niente di meglio della pellicola in termini di delicatezza. Viviamo in un mondo di schermi ad alta definizione che ci bombardano di contrasti orrendi e quando guardiamo un film girato su pellicola in buone condizioni, troviamo il vero cinema. Senza contare che è meno dispendioso girare in Super 16 rispetto al digitale!

Come vede il proseguimento della sua carriera? Si sente legato indissolubilmente all’Islanda?
L'Islanda è un piccolo paese e ho sempre coprodotto i miei film con la Danimarca, dove ho vissuto otto anni, e sono stato sostenuto dai fondi dei due paesi. Forse il mio prossimo film sarà ambientato in Danimarca, sarebbe una tappa logica. Mi trovo bene anche con la lingua inglese, ma non lavorerò mai in un posto dove non conosco nulla. Devo vivere e respirare l’atmosfera, testare l’ambiente per poterlo ritrarre: fa parte del mio processo di scrittura. Per me è importante lavorare con persone di cui mi fido, avere tutta la libertà artistica possibile e il controllo sul processo di realizzazione dei miei film. Perché le decisioni che sembrano questioni pratiche sono in realtà scelte artistiche.
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