#Focus – Quit Staring at My Plate

Eccovi alcune recensioni in merito al film.

“I primi minuti del film non fanno che confermarlo: alla protagonista, Marijana, non è consentito un attimo di pace neanche in bagno. Una madre invadente, un padre autoritario, un fratello maggiore che sembra non crescere mai, tutti stipati in un piccolo appartamento pieno di cose, dove si respira odore di fritto e si dorme l’uno attaccato all’altro. Per non parlare dei momenti a tavola, un supplizio anche per chi vi assiste. Solo qualche tuffo in piscina sembra regalare un minuto di tregua a questa androgina 24enne, taciturna e pallida. La situazione precipita quando il padre ha un ictus e rimane allo stato vegetale: a Marijana passa lo scettro di capofamiglia, e con esso tutte le responsabilità, mentre il fratello disoccupato guarda la tv e la madre sconsiderata spreca soldi in crocchette di pollo a forma di dinosauro.
E’ con crudo realismo, ma anche con punte di umorismo nero che la giovane regista croata ritrae le dinamiche di questa famiglia disfunzionale, dove i rapporti sono complessi, contraddittori, dove a litigi feroci seguono gite al mare o un gelato in centro tutti insieme, e dove un abbraccio inaspettato lascia intravedere uno spiraglio di umanità in mezzo a tanta miseria d’animo. Il tutto è immerso in un’estetica del brutto, dove la fotografia raffinata di Jana Plecas sembra cercare la bellezza anche nel degrado, alternando sequenze evocative e quasi surreali a momenti più documentaristici. In ultimo, but not least, un cast in perfetta sintonia, che vede l’esordiente Mia Petričević (Marijana) dividere il set con tre professionisti di grande bravura: Arijana Čulina, stimata attrice di teatro al suo primo ruolo sul grande schermo, nei panni della fastidiosissima madre; Nikša Butijer, premiato al Pula Film Festival per i suoi ruoli in “The blacks” e “Padre Nostro” , nel ruolo del fratello; e l’attore croato-danese Zlatko Burić (visto nella trilogia di Pusher), nei panni del padre padrone.”

“Una buona sorpresa, e quasi una scoperta, questo film croato che va a inserirsi nel genere ormai consolidata, e in via di espansione soprattutto ai festival, dello squallore balcanico e post-comunista. Vite derelitte, protagonisti e protagoniste che deambulano al grado zero dell’espressività facciale attraversando panorami esistenziali e /o sociali squassati e moralmente deprivati. Un’umanità anonima mossa apparentemente solo da pulsioni primarie di tipo darwiniano. Sopravvivere, uscire indenni da un mondo familiare ed extra familiare di massima ostilità. Prima il cinema rumeno dei Mungiu e Puiu, più recentemente quello bulgaro – vedi Godless, neovincitore a Locarno – hanno tracciato la mappa e fissato il canone del genere. Che in questo film croato di una regista trentenne si incrocia con il cinema greco dei Lanthimos e degli Avranas, soprattutto nella rappresentazione di interni-inferni domestici segnati dal dominio, dal controllo, dalla sopraffazione patriarcale. Siamo a Sebenico, città di quella che un tempo si chiamava Dalmazia e chissà se ora si può ancora dire. Città di mare dove facciamo la conoscenza di Marijana, della sua vita divisa tra il lavoro in un ambulatorio di analisi (con incombente minaccia di licenziamento) e la casa, dove regna incontrastato il padre-boss, protervo e minaccioso, dove la madre è custode, vestale, complice di quell’ordine imposto, dove il fratello di Marijana è un ragazzone infantilmente irresoluto. I soldi di Marijana son necessari, lei è anche l’unico ponte tra quel microcosmo soffocato e introflesso e il mondo là fuori. Un microcosmo dove l’entropia a poco a poco si espande e paralizza chi ci sta dentro. Il padre ha un ictus, Marijana comincia a sentirsi prigioniera e ostaggio, e cerca come un animale senza pensiero, come un insetto che sbatte le ali senza un perché, una via di fuga. Comincia a star fuori la notte, ha un’avventura con tre ragazzi, tutti insieme. Ma quell’ordine corroso in cui è sempre vissuta la blocca come una tenaglia, inibisce i suoi tentativi di evasione. Trasformando ogni movimento in falso movimento. Gran prova di catatonia non-attoriale dell’attrice protagonista, Mia Petričević.”

Infine, un’interessante intervista alla regista “Hana Jušić”.

Le origini del film: Il film nasce da due idee. La prima riguarda la protagonista: la mia intenzione era proprio quella di fare un film su una protagonista femminile come Marijana, che dall'esterno appare in qualche modo fragile, non molto forte, ma dentro di sé possiede una forza interiore che lei stessa scoprirà di avere durante il film. La seconda idea riguarda la mia città di origine, Šibenik, che è stata scelta come location del film; si trova nel sud della Croazia, nella regione della Dalmazia. Volevo fare un film su questa città e in qualche modo sulla mentalità delle persone che ci vivono, infatti avevo in mente i personaggi della sua famiglia ormai da tempo e volevo inserirli nel film, perciò ho messo insieme la famiglia, la città e la ragazza su cui volevo fare un film e ho inventato una storia su di loro.
La famiglia come prigione. 
La storia parla di questo padre tirannico, di una madre e un fratello piuttosto comici, a dire il vero gli elementi più comici del film, in qualche modo infantili. Poi c'è il personaggio di Marijana, che all'inizio può sembrare un personaggio piuttosto semplice, ma quando il padre si ammala deve subentrare al suo posto, lei che è solo una ragazzina a cui all'inizio nessuno presta attenzione, deve prendere il posto del capofamiglia. Un po' come Michael Corleone, ma non riuscirà a ricoprire del tutto questo ruolo, mentre il fratello non saprà accettarla come figura autoritaria anche se è lei che porta avanti la famiglia.

Le fonti d'ispirazione
: Ho cercato la mia ispirazione non nelle persone della vita reale, ma nei personaggi femminili di alcuni film, come Fish Tank di Andrea Arnold o Un gelido inverno, il film che ha reso famosa Jennifer Lawrence, e in questo genere di personaggi femminili dal carattere forte.

Tra il grottesco e il realistico

: Questa combinazione di grottesco e realistico è un terreno estremamente scivoloso e ambiguo, un campo minato. Ho sempre voluto essere un po' provocatoria e strana, ma se cadi troppo nel grottesco i personaggi non sono più credibili e tutto appare come un fumetto, mentre se cadi troppo nel realismo, tutto diventa troppo tetro e triste, troppo cupo e insostenibile. Ho cercato di trovare il giusto equilibrio tra questi due stili, a volte ci sono riuscita, a volte un po' meno, ma va bene così.

Le scelte estetiche

: C'è sempre stata una stretta collaborazione con la direttrice della fotografia Jana Plećaš, abbiamo realizzato tutti i cortometraggi assieme, abbiamo gusti molto simili su ciò che è bello e ciò che è brutto. Šibenik è una città piuttosto turistica, con un centro rinascimentale e attrae molti turisti, ma la nostra intenzione era quella di mostrare cose che di solito i turisti non colgono, poiché entrambe abbiamo pensato che fossero molto più interessanti. Abbiamo scelto di raccontare questo sud del Mediterraneo rumoroso, sporco e soffocante anziché la bellezza delle piazze rinascimentali che spesso risultano piuttosto noiose al pubblico.

Il titolo
: Il titolo fa riferimento a una canzone del sud della Croazia in cui appunto si dice "non voglio che gli altri guardino nel mio piatto", poiché la gente in questa regione della Croazia è molto ficcanaso e tutti vogliono sapere tutto dei propri vicini, è davvero pettegola. Tutti guardano cosa succede in strada e attraverso le finestre delle altre case, cosa stanno mangiando gli altri e tutti sanno tutto di tutti. Marijana vuole che gli altri la lascino in pace e che la sua famiglia, i suoi vicini e la sua città la lascino semplicemente vivere la sua vita.

Fonti dell’articolo : “Cineuropa.org”, “nuovocinemalocatelli.com”
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