# Focus – Oh Boy

In questa sezione trovate alcune interessanti recensioni e approfondimenti del film:
"Quest' opera prima di Jan-Ole Gerster è stata il caso dell'anno in Germania; una commedia nera d'ambientazione berlinese che ha vinto 6 Premi Lola (i loro Oscar o, se preferite, i loro David di Donatello) e vari altri riconoscimenti (ma per la corsa all'Oscar di Miglior Film Straniero gli è stato preferito "Zwei Leben" di Georg Mass e Judy Kaufmann, film in effetti più in linea coi gusti dei giurati più tradizionalisti), oltre ad avere avuto una notevole tenitura in sala. Adesso esce nei cinema italiani (pochi in effetti) grazie all'Academy Two di Vania Traxler.
Pensando a Woody Allen, Jim Jarmusch, Noah Baumbach e ad alcuni classici della Nouvelle Vague (e, volendo, anche del Free Cinema inglese), il film ci racconta con simpatia e arguzia i vagabondaggi (ottimamente fotografati in bianco e nero da Philipp Kirasmer) nella capitale tedesca di Niko Fisher (Tom Schilling, quasi una versione contemporanea e germanica di Jean-Pierre Leaud/Antoine Doinel), giovane figlio di papà che non sa ancora bene cosa fare nella vita. La sua vita sentimentale è in crisi (pur non facendogli difetto un certo fascino col gentil sesso), ha abbandonato gli studi e gli stimoli scarseggiano...oltretutto il paparino si è pure accorto che il giovanotto (che viveva rigorosamente sulle spalle del genitore) ha lasciato la scuola che lui stava pagando e decide pertanto di chiudere immediatamente il rubinetto...quindi non proprio un grande momento per il nostro.
Se pensate che il Muro di Berlino sia caduto nel 1989, ricredetevi: quello invisibile che il regista e sceneggiatore Jan Ole Gerster fa erigere al protagonista di Oh Boy è ancora in piedi. Spaventato da ogni tipo di responsabilità, soprattutto emozionale, il Niko interpretato da Tom Schilling (un James McAvoy teutonico) è tanto più inquietante quanto più vive in un paese distante dai problemi economici più gravi del resto dell'Europa. Oh Boy è un film tedesco, amatissimo in patria e non a caso: la frizione continua, tra la ricerca di normalità e le ferite ancora brucianti di un passato aggressivo, è ben rappresentata dal palcoscenico di una città e dai suoi abitati, entrambi ricuciti.
"Ho pensato", risponde Niko al padre che gli domanda cosa abbia fatto in due anni di nulla. Una ridicola scusa poetica, una non-reazione ai possibili futuri rappresentati da uomini e donne che il ragazzo incontra: personaggi sofferenti per scelte mal gestite, o al contrario personaggi vincenti che hanno dovuto sacrificare la propria sensibilità per sopravvivere e realizzarsi. La passività di Niko esaspera le esternazioni dei suoi amici e conoscenti, in una galleria di destini che lui passa in rassegna, incapace di identificarsi nei tuffi nel vuoto che rappresentano.
Nel suo girovagare joyciano si intrattiene prima con un vicino di casa sull'orlo del burnout, poi ritrova una vecchia compagna di classe che ora fa l'attrice e non ha ancora superato alcuni traumi adolescenziali (la bionda Friederike Kempter in una performance spiritosissima), accompagna l'amico aspirante attore Matze (Marc Hosemann) sul set di un film dedicato alla Shoah che parte da uno spunto a dir poco insolito e incontra anche il genitore in una conversazione all'insegna dell'incomunicabilità, giusto un filo stemperata dalle chiave comica e comunque indicativa soprattutto dell'incapacità del giovane protagonista di relazionarsi con una società della quale non capisce le regole (a partire dai prezzi del caffè). Un lassismo che può naturalmente essere indicativo di una generazione ma è probabilmente anche una forma pacifica di rivolta verso qualcosa che non si riesce a capire e cui non si vuole prendere parte, a rischio di non essere capiti (le maldestre azioni di Niko sono spesso fraintese dal personaggi nei quali si imbatte) o, che è peggio, di rimanere soli. L'incontro più importante di questo girotondo è probabilmente l'ultimo, quello con un avventore sessantenne di un bar (interpretato da Michael Gwisdek) che si accascia a terra dopo un monologo sulla solitudine, la sua vita all'estero e le varie disillusioni. Niko finisce con l'accompagnare l'uomo all'ospedale in un gesto d'empatia generoso ma inconcludente che descrive bene questo giovane sensibile, poco arrabbiato, alquanto confuso. Un eroe-antieroe che è il fulcro e la ragione del successo di un film intelligente, gradevole, capace di dire cose interessanti con una dolcezza e uno stile che non lasciano indifferenti. Speriamo che Gerster possa nei suoi prossimi lavori confermare queste ottime premesse." Fonti Ondacinema e Comingsoon.it

Eccovi due interessanti interviste al regista:
"Sembra strano da dire riguardo a uno dei nuovi film indipendenti tedeschi di maggior successo, ma la storia di Jan Ole Gerster e del suo debutto, Oh Boy, fatto di ambizioni, sofferenze e infine successo, ha tutte le caratteristiche di un buon vecchio classico di Hollywood. Nemmeno Gerster riesce a credere ai suoi risultati: “A volte, quando vedo il film, penso che non sia un gran che” racconta ridendo.
La maggior parte degli spettatori non è d’accordo, soprattutto chi lo ha proposto per la nomination. In apparenza un film sulla ricerca di una tazza di caffè da parte di un uomo.
La passione di Gerster per il cinema è nata presto. Cresciuto nell’ex regione mineraria del Siegerland, si è immerso nei film. Alla fine degli anni ’90 aveva sviluppato ambizioni di regia e passato al setaccio i titoli di coda di tutti i film del noleggio locale. Infine, ottenuto un colloquio con Manuela Stehr, cofondatrice di X Filme, viene accettato come tirocinante nel 2000. Ci tiene ad aggiungere: “Ora è a capo della società di distribuzione che ha distribuito Oh Boy”.
Gerster vi lavora per tre anni, e la sua prima conquista arriva nel 2003 con Good Bye, Lenin! Di Wolfgang Becker. Si innamora del film grazie una delle prime stesure. “[Becker] aveva bisogno di un assistente che fosse ben collegato all’ufficio. Conoscevo i colleghi, conoscevo il progetto. Mi invitò da lui per conoscermi”.
Gerster viene invitato a dirigere un documentario, Der Schmerz Geht, Der Film Bleibt (2004), sulla produzione di Good Bye, Lenin!, e tenta senza successo di iscriversi alla German Film and Television Academy. Ma il secondo tentativo va a buon fine. Nel film presentato per la domanda fa recitare solo un attore, il suo amico Tom Schilling, che poi reciterà anche in Oh Boy.
Per un po’ Gerster diventa uno di quei creativi che scompaiono nel buco nero di Berlino, con le ambizioni soffocate dall’inerzia. Ma alla fine si accorge che tutto questo potrebbe servirgli da ispirazione. “Mi sono reso conto che non andare a scuola, vagabondare per Berlino, girare per bar poteva diventare la trama del mio film. Ho completato il copione davvero all’ultimo minuto, stavo per essere buttato fuori. Sembravano dire: ti abbiamo chiesto per cinque anni di fare dei brevi film, e tu ti presenti con un lungometraggio. Credi di poterlo usare per laurearti? E io ho risposto “Certo che sì!”. Tom Schilling viene scritturato come protagonista e suggerisce di consultarsi con Marcos Kantis, che era stato coinvolto in Good Bye, Lenin! e aveva poi creato Schiwago Film. Kantis raccolglie poco a poco i fondi, e ovviamente anche Gerster fa la sua parte: “Ho incontrato Andreas Schreitmüller alla Berlinale. Mi sono intrufolato nella reception di ARTE e gli ho chiesto se potevo mandargli il mio copione. Un paio di settimane dopo, ho ricevuto una telefonata di un redattore di ARTE che voleva conoscermi. Poi tutto ha iniziato a funzionare…”.
Il budget era limitato, ma nell’estate del 2010 Gerster inizia le riprese, che inizialmente sono durate 22 giorni coinvolgendo un cast notevole, con nomi come Justus von Dohnányi e Michael Gwisdek. Quella che Gerster credeva sarebbe stata la parte più difficile, si è rivelata in realtà estremamente piacevole, a differenza del montaggio. A distanza di poco più di un anno, dopo una serie quasi ininterrotta di recensioni entusiastiche e successi al botteghino, Oh Boy si è aggiudicato 21 premi, più 14 nomination. Solo ora Gerster trova il tempo di pianificare la prossima mossa. Oltre a lavorare su un nuovo copione, sta valutando le opzioni per un romanzo americano del quale non si sa il nome. Ammette inoltre di aver discusso con Schilling di un possibile ritorno a Niko Fischer nei prossimi anni, pensando a come Truffaut aveva affidato ripetutamente a Jean-Pierre Léaud il ruolo di Antoine Doinel dopo il successo iniziale ne I 400 colpi. Indipendentemente dalle prossime mosse, è ormai chiaro che la perseveranza di Gerster lo ha premiato. È troppo presto per il lieto fine, ma questa è già una promettente, rassicurante conclusione a un primo capitolo di successo". Fonte Cineuropa

Infine un'intervista al Giffoni Film Festival:
https://www.youtube.com/watch?v=_OVIUq-ej4A
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