# Focus – Les Messagers

Les Messagers è un documentario girato da Hélène Crouzzillat (formazione storiografica) e Laëtitia Tura (formazione fotografica), uscito in Francia il 4 aprile 2015.
Nel 2007, Hélène e Laetitia cominciano un lavoro fotografico e sonoro sulla vita dei migranti subsariani che tentano di passare clandestinamente, attraverso il Marocco, le frontiere spagnole. Quello che esse apprendono nel corso di questo lavoro e l’esperienza che vivono ha un certo valore che si vede e si percepisce nel corso della proiezione.

Recensioni e giudizi:
Le Dossier de Presse : « Nous comprenons que la disparition des migrants n’est pas uniquement due à des accidents. Certaines sont causées par des exactions commises par les autorités. Nous pressentons alors que ces événements, comme les disparitions accidentelles, révèlent en fait un symptôme : celui d’un système autorisant la disparition des migrants ».
Le Monde.fr 07.04.2015
Il lavoro della Guardia Civile spagnolo sembra chiaro: impedire ai migranti l’arrivo sulle coste della Spagna, attraverso l’arresto e la regolamentazione del flusso. Il film di Hélène Crouzillat e Laetitia Tura si interroga sulle dinamiche che sottendono questo viaggio e ne svelano la sua trasparenza. Attraverso la parola di uomini e donne che sono sopravvissute alla traversata delle acque che separano il Marocco e l’Europa, mettono in risalto la voce e la visibilità di persone che sono messaggeri di una scomparsa umana respinta, lenta ma quotidiana. Il verbo arrêter, che in italiano significa fermare/stoppare, ne Les Messagers diviene il suo contrario e il suo negativo: significa ricostruire il tempo e ridargli movimento.

Il lavoro di ricerca del materiale da parte delle realizzatrici, che si è compiuto con l’uscita del film, risale al 2008. L’interrogativo che accompagna tutto il corso della storia è:

Dove sono i corpi di quelli che hanno perso la vita durante la traversata?

Ils sont où tous les gens partis et jamais arrivés ?

Nel documentario si osservano immagini fisse, alternate al video di fotografie di luoghi, di vasti paesaggi e di dettagli: un letto, del filo spinato, delle pietre il lenzuolo che ricopre un corpo che giace sul bordo dell’acqua, sospeso tra presenze cancellate e pesanti.
Ne Les Messagers, la linea immaginaria, quella che separa le acque e i continenti, diviene reale.

"Da Sahara a Melilla, dei testimoni raccontano il modo in cui hanno rischiato la morte, che ha reso alcuni uomini compagni di strada, migranti letteralmente e simbolicamente inghiottiti nella frontiera. Les Messagers si pone sulla sottile limite che separa i migranti vivi, dai migranti morti. Questa focalizzazione sui morti senza sepoltura interroga la parte fantasma dell’Europa.
Charlotte Garson pour le Catalogue du Cinéma du Réel (2014)"

"In Francia, suppongo anche in Italia, si parla di migrazione nel momento in cui i migranti arrivano sul territorio, o sfiorano la frontiera Shengen. Qui inizia il problema, dal punto di vista delle autorità e di quello della stampa che le segue. E' in questa fase che si manifesta il loro interesse. Noi abbiamo voluto capovolgere la prospettiva", spiega Hélène Crouzillat al termine della proiezione. "L'arrivo al confine europeo è solo l'ultima parte del viaggio. Un cammino iniziato anni prima e in molti casi terminato anzi tempo in modo tragico".

"Durante gli incontri con decine di ragazzi e ragazze sub-sahariani, sia in Marocco che in Tunisia, la morte e la scomparsa dei compagni era un tema onnipresente nelle storie di cui venivamo rese partecipi. Le loro parole erano chiare, senza appello: i migranti muoiono ogni giorno, nel bianco e nel vuoto delle carte, nel mare e nel deserto, senza lasciare traccia".

Chi sono? Dove sono i corpi?

Domande che si ripresentano per tutta la visione del film, costruito a mo' di inchiesta. Les Messagers ripercorre le traiettorie dei migranti, dando seguito e respiro alle testimonianze raccolte. Dai luoghi più reconditi, nel deserto del Sahara, a quelli più vicini alla frontiera europea: le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, Oujda, al confine marocco-algerino, la costa del Sahel tunisino e il porto di Zarzis.

A mano a mano che ci si avvicina al litorale sud del Mediterraneo, la perdita dei compagni di viaggio si fa più brutale e definitiva. A causa della malnutrizione, del freddo, di malattie banali che non possono essere curate nelle loro condizioni. Oppure a causa delle retate dei poliziotti marocchini, che non esitano a sparare sui migranti ammassati alle reti di confine con la Spagna e ad abbandonare feriti, donne e bambini nel deserto oltre frontiera.

Le immagini - in alcuni passaggi - mostrano i cimiteri cristiani di Oujda e Rabat, invasi da erbacce ed erosi dall'indifferenza, dove sono sepolti alcuni di loro, sotto lapidi anonime contrassegnate solo dal paese di origine.

I racconti e le ricostruzioni sono scioccanti per il sentimento di impotenza che trasuda dalle parole dei protagonisti. Una ragazza nigeriana parla del naufragio avvenuto sotto lo sguardo inerte della marina spagnola e di quella marocchina: "cercavamo di tenere con noi i corpi di chi era già morto per impedire alla corrente di portarseli via. Ma dovevamo anche restare aggrappati al relitto, in attesa di un intervento che non arrivava mai. Alla fine non ce l'abbiamo fatta".

E ancora. Un uomo racconta incredulo la scomparsa della moglie e dei figli: "il gommone era appena partito dalla costa quando una lancia marocchina si è messa sulla sua scia. I poliziotti hanno affondato la barca con delle lame fissate in cima alle pertiche, mentre la gente a bordo alzava i bambini sulle braccia per chiedere pietà. Questi sono esseri umani?".

Con la scomparsa dei corpi viene meno anche la possibilità del riconoscimento, della sepoltura e dell'osservanza del lutto. Quando i cadaveri vengono restituiti dal mare, restano ammassati per giorni negli obitori degli ospedali più vicini, prima di volatilizzarsi. Dove finiscono, se non ci sono familiari o conoscenti in grado di identificarli?

Almeno in un caso Hélène e Laetitia sono riuscite a dare una risposta. Negli ultimi giorni di riprese (2012), a pochi chilometri dal litorale di Zarzis, le due registe e alcuni attivisti locali hanno scoperto l'esistenza di una fossa comune, scavata qualche anno prima e ricoperta di sabbia e plastica con i bulldozer, come in una discarica.

Il sintomo di un sistema, quello orchestrato a nord del Mediterraneo e appaltato alla sponda sud, che rifiuta e cancella quello che non vuol vedere, che sotterra quello che non vuole ammettere: la perdita di umanità.

Chi sono allora i "messaggeri"? Sono i sopravvissuti, i primi testimoni di queste morti, dei naufragi e della repressione silenziosa. Sono i migranti che, pur rischiando ritorsioni e nuove espulsioni, si organizzano per dare un nome alle vittime, per ricostruire le loro storie e avvertire le famiglie in attesa di notizie. Sono la prova che è possibile resistere ad un mondo che sembra aver smarrito il senso della dignità.

Al termine della proiezione, in cui erano presenti Hélène Crouzillat e Laetitia Tura, Osservatorioiraq si è intrattenuto con le due registe del film Les Messagers.

Nella vostra introduzione avete sottolineato la lunga durata dei lavori. Le prime riprese erano iniziate nel 2007..come mai tutto questo tempo?

Ci sono diversi motivi. Prima di tutto non è facile trattare certe tematiche in questi paesi, il Marocco e ancor peggio la Tunisia di Ben Alì. Impossibile ottenere un'autorizzazione per le riprese, di conseguenza abbiamo dovuto girare tutto di nascosto o fingendoci turiste, il ché ha rallentato molto i ritmi di lavoro. Bisognava prendere precauzioni, quasi mai abbiamo viaggiato con tutta l'attrezzatura al seguito.

Poi, oltre ad un tempo tecnico necessario a metabolizzare il materiale raccolto, bisognava verificare l'attendibilità delle testimonianze, fare indagini, confrontare le fonti. I racconti riportati nel film denunciano violazioni gravissime, serviva un minimo di cautela. Senza contare che, data la lunghezza delle riprese, molte volte ci siamo ritrovate con interviste rimaste a metà, non utilizzabili, poiché i nostri testimoni nel frattempo erano stati espulsi, erano partiti o più semplicemente erano scomparsi. In questo caso bisognava ricominciare tutto da capo.

Tutte le video-testimonianze sono state girate in ambienti chiusi. E' una scelta voluta o una conseguenza delle difficili condizioni di lavoro?

Una scelta obbligata, tranne per le interviste girate in Tunisia dopo il 2011. Non potevamo far parlare le persone nei contesti che stavano descrivendo, come la frontiera di Melilla dal lato marocchino o il confine di Oujda con l'Algeria. Ci avrebbero fermate subito. Per questo, per restituire quegli ambienti, ci siamo basate soprattutto sulla fotografia.

Nel documentario non viene mai specificato il luogo dove sono state girate le immagini. La realtà marocchina e quella tunisina si intrecciano e si confondono, a parte i dati desumibili dalle voci dei protagonisti. Perché?

Perché la condizione di fondo a cui si trovano confrontati i migranti è la stessa. Sia all'interno del paese che al momento del passaggio della frontiera con l'Europa. C'è un'uniformità nelle politiche attuate da Marocco e Tunisia. Del resto, gli accordi conclusi in materia dai due paesi, con l'UE e con gli Stati europei frontalieri, sono molto simili. Prendiamo poi l'esempio estremo, quello della fossa comune. L'abbiamo scoperta in Tunisia perché lì è stato possibile fare ricerche, almeno negli ultimi due anni. Ma se ci fosse la possibilità, siamo convinte che se ne troverebbero anche in Marocco.
Jacopo Granci"

intervista a Laetitia Tura
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