#Focus – Io Sto con la Sposa

Un film documentario ma anche un’azione politica, una storia reale ma anche fantastica. Io sto con la Sposa è tutte queste cose insieme. E questo suo carattere ibrido ha dettato fin dall’inizio delle scelte precise. A partire dal trattamento del film. Non abbiamo scritto dialoghi né personaggi, ma abbiamo organizzato il viaggio ragionando per scene. Abbiamo cioè immaginato delle situazioni all’interno delle quali far muovere liberamente i nostri personaggi, ormai abituati alla presenza delle telecamere. Tuttavia le riprese hanno sempre dovuto mediare con le esigenze dell’azione politica. Perché in Svezia ci dovevamo arrivare per davvero, non tanto per fare un film. E dovevamo arrivarci nel più breve tempo possibile. Questo ovviamente ha comportato ritmi di lavoro durissimi: dodici ore di macchina al giorno, le scene da filmare, i file da scaricare e quando andava bene tre ore di sonno a notte. Se la troupe non ci ha piantato il primo giorno, è stato per il clima che si è creato. Condividere un grande rischio e un grande sogno, ci ha inevitabilmente unito. E quell’esperienza ha inevitabilmente cambiato il nostro sguardo sulla realtà, aiutandoci anche nella ricerca di una nuova estetica della frontiera. Di un linguaggio cioè che, senza cadere nel vittimismo, sia capace di trasformare i mostri delle nostre paure negli eroi dei nostri sogni, il brutto in bello, i numeri in nomi propri.

Interviste a Gabriel Del Grande

Come è nata l’idea di questo film?
Per caso: nell’ottobre del 2013 ero tornato da poco dalla Siria, dove ero stato come giornalista e insieme a Khaled ho conosciuto alla Stazione Garibaldi di Milano un ragazzo siriano appena arrivato. Ci siamo rivisti anche con altri profughi, abbiamo coinvolto Antonio, l’unico che aveva già un’esperienza di regista e da lì è nata l’idea di aiutarli a raggiungere la Svezia inscenando un finto corteo nuziale. Sentivamo l’urgenza della loro situazione e infatti il progetto è partito in due settimane.

Come vi siete organizzati per realizzarlo e finanziarlo?
All'inizio noi tre abbiamo anticipato le spese di viaggio, 10.000 euro per pagare la benzina e le telecamere. Abbiamo trovato tra gli amici gli operatori e gli “invitati” al matrimonio, il tutto sull’onda di un’idea di solidarietà di cui ci eravamo innamorati. Una volta tornati ci siamo dedicati per sei mesi al montaggio e alla ricerca di finanziamenti. Quando questa non ha dato alcun risultato, ci siamo lanciati in una nuova avventura: abbiamo aperto una pagina facebook raccontando il progetto del film e l’operazione politica di disubbidienza a una legge ingiusta che gli stava dietro e abbiamo raccolto 100.000 euro da 2.617 donatori dall’Italia, ma anche da altri 30 paesi! Tutta gente stanca di contare i morti nel Mediterraneo e di accettare leggi che rendono impossibile spostarsi anche a chi fugge dalla guerra. E’ stato il crowdfunding più grande della storia del cinema italiano e ci ha permesso di coprire quasi tutte le spese.

Durante il film si percepisce con forza l’importanza di un atto di ribellione e disubbidienza alle leggi ingiuste. E’ questo uno dei messaggi che volevate trasmettere? Ce ne sono altri?
Sì, senz'altro, questo è un punto fondamentale, ma volevamo soprattutto parlare di persone, di un gruppo che regala ad altri un sogno, di un NOI  mediterraneo in cui non ci sono distinzioni tra italiani e immigrati. Non volevamo fare un film di denuncia, ma raccontare un’avventura liberatoria e ribelle, una reazione al dolore dei morti in mare e dare un messaggio positivo e universale che potesse raggiungere un pubblico nuovo e ampio. Volevamo mostrare come può essere bello un mondo senza frontiere e mi sembra che quest’operazione stia funzionando.

Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia e ora viene proiettato in 41 sale in tutta l’Italia. Vi aspettavate un simile successo?
Eravamo ottimisti, anche perché a Venezia la stampa ha parlato molto del film, ma non ci aspettavamo un successo così clamoroso. Il motore vero comunque è la gente, il passaparola che riempie le sale e ha fatto sì che in pochi giorni 17.000 spettatori, tra cui moltissimi giovani, siano andati a vedere un film in arabo con i sottotitoli in italiano!

Il film viene proiettato anche in scuole e università. Come hanno reagito gli studenti?
Finora c’è stata una proiezione all’Università di Bergamo, i cui studenti avevano partecipato al crowdfunding con una donazione di 500 euro, seguita da due ore di domande e un’altra al liceo Guggehnheim di Venezia. La reazione alla storia di amicizia e speranza che raccontiamo è stata in entrambi i casi molto positiva. Stiamo preparando un kit didattico per diffondere il film nelle scuole e vorremmo partire a gennaio

C’è qualche momento del film che ti ha emozionato più degli altri?
Ce ne sono stati tanti, ma se proprio devo sceglierne uno direi il concerto improvvisato di Manar a Marsiglia. Eravamo arrivati di sera, stanchi e provati dalle vicende drammatiche che questo ragazzino di 13 anni aveva vissuto ed è stato bellissimo scorgere la gioia nei suoi occhi, sentire l’energia e l’entusiasmo con cui si lanciava nel suo primo concerto rap. Vederlo così felice è stato liberatorio per tutti.

Avete subito conseguenze per aver infranto le leggi sull’immigrazione?
Durante il viaggio i rischi erano grossi perché ci avrebbero colti in flagranza di reato. Ora rischiamo una denuncia o un’indagine di un magistrato che potrebbero portare a un processo. Per il momento non abbiamo ricevuto notizie al riguardo, ma ci sono già parecchi avvocati pronti a difenderci se si dovesse arrivare a un processo. E in quel caso lo faremo diventare un caso, perché sul banco degli imputati non ci saremmo solo noi tre, ma le migliaia di persone che hanno appoggiato il nostro progetto.

C’è stata qualche reazione delle forze politiche al film?
No, nessuna.
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