# Focus – Il Successore

Alcuni approfondimenti

Una recensione da Quinlan.it:
"Il successore racconta la storia di Vito Alfieri Fontana, ex-industriale delle mine anti-uomo in Puglia e poi, dopo una profonda crisi morale, sminatore in Bosnia-Herzegovina. Nella sezione TFFdoc/Italiana.doc.
È previsto il cambiamento
Vito Alfieri Fontana è l’erede della Tecnovar, azienda fondata dal padre che nel corso degli anni si è occupata sempre più della produzione di mine anti-uomo e anti-carro. Mai troppo convinto della sua attività, l’industriale finisce per dare una radicale svolta alla sua vita. [sinossi]
La reversibilità delle scelte. Pochi oggigiorno sembrano ricordarsi che è lecito pure ripensarci, redimersi, cambiare la propria vita per andare altrove, emotivamente ed esistenzialmente. Il successore di Mattia Epifani viene a rammentarci le risorse del cambiamento, della vita rimodellata quando la si è vissuta come predestinata da frequenti dinamiche socio-familiari, associando questo scossone etico a un tema spinosissimo, di cui si parla sempre meno perché ormai gli anni passano e la guerra in Jugoslavia è archiviata come un pezzo di storia. In realtà la violenza delle mine anti-uomo riguarda trasversalmente il concetto di guerra a tutte le latitudini, per cui la piccola vicenda privata di un industriale d’armi italiano finisce per assumere risonanze ampie e universali. Probabilmente a colpire l’interesse del filmmaker Mattia Epifani è stata la singolarità della vicenda di Vito Alfieri Fontana, che da successore di un’azienda d’armi fondata dal padre in Puglia ha perfezionato e venduto per anni mine anti-uomo e anti-carro. La Tecnovar (questo il nome dell’azienda) si ritrovò poi al centro di una campagna di sensibilizzazione antibellica con l’intervento anche di don Tonino Bello, e in seguito Fontana decise di abbandonare l’industria e dedicarsi all’attività di sminatore in Bosnia-Herzegovina. La sua storia scorre parallela per una buona metà del film a quella di uno sminatore bosniaco che durante una missione ci ha rimesso una gamba, per poi scoprire successivamente che i due sono diventati amici e collaboratori quando Fontana ha deciso di dare una svolta di 180 gradi alla sua vita.
Il mediometraggio documentario di Mattia Epifani è sobrio e corretto, affidato sostanzialmente a quattro serie di contributi: un diario a ritroso di Vito Fontana, che in voce-over commenta e trae bilanci sulla sua strana vita, l’attività del futuro collega bosniaco, uno sguardo intenso su natura e paesaggi balcanici, freddi e muti scenari di una guerra del passato, e una raccolta minore di filmati di repertorio, pescati per lo più tra materiali pubblicitari o promozionali dell’azienda Tecnovar. Epifani compie la scelta scaltra di raccontare la storia dal punto di vista “altro”, andando a scandagliare nella quieta attività aziendale di un industriale della morte, che dà conto di un consueto tran-tran lavorativo applicato a prodotti di ampia discussione etica. Nel flusso narrativo del film la svolta di vita di Fontana arriva abbastanza imprevedibilmente, costituendo una sorta di “colpo di scena” applicato al linguaggio documentario. Inevitabilmente, da un percorso così eticamente esemplare, spira un po’ aria di cinema edificante, dei “buoni esempi”, che tuttavia Epifani tiene a bada grazie a un’estrema economia di mezzi espressivi. Ancor più convincenti risultano gli scorci dedicati ai luoghi/non-luoghi dove la guerra è passata. Restano impressi nella memoria la pista da bob, residuo delle Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984, e i fabbricati dell’ex-industria Famos, trasformati successivamente in fortini bellici. Tramite quei brevi frammenti Epifani è capace di restituire la sensazione del luogo deprivato della sua funzione, reso natura morta dalla devastazione e dall’abbandono.
Opera meritoria, dunque, che non osa troppo e sposa i semitoni (perfino eccessivi) della correttezza. Come il suo protagonista, che sfugge alla facile glorificazione delle sue scelte ammettendo amaramente, a chiosa della sua esperienza, di aver fatto a malapena il suo dovere. Ma intanto l’ha fatto, è tornato indietro, ci ha ripensato. Il passo indietro, la giravolta di vita che sembra costare una fatica immane alla debolezza dell’essere umano."

E un'intervista al regista al 33° Torino Film Festival:
https://www.youtube.com/watch?v=2jokeCqKGyw
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