#Focus – Dora or the Sexual Neuroses of Our Parents

Eccovi un'interessante recensione e un'intervista alla regista tratta da Cineuropa:
"Presentato in prima mondiale alle Giornate di Soletta (Prix de Soleure) e programmato nella sezione Panorama Special della Berlinale, Dora or the Sexual Neuroses of Our Parents della regista svizzera Stina Werenfels ha tutte le carte in regola per imporsi con forza nel panorama cinematografico internazionale.
Dopo una lunga pausa (ha fatto il suo debutto nel 2006 con Going Private,anch’esso presentato alla Berlinale) Stina Werenfels ritorna con un film particolare che solleva delle questioni scomode obbligandoci a confrontarci con il dilemma universale della “normalità”.
Dora (magnifico primo ruolo per l’esordiente Victoria Schulz) ha 18 anni, è ormai adulta o per lo meno dovrebbe esserlo. Sì, perchè in realtà Dora non è esattamente una ragazza come tutte le altre. Se la sua mente così come la sua percezione del mondo sono quelli di una bambina il suo corpo non ha però mai smesso di svilupparsi. Quest’apparente inadeguatezza potenziata da una spiccatissima curiosità spaventa i suoi genitori che si sentono sopraffatti da una situazione sconosciuta.
Questo disorientamento è dovuto al fatto che Dora ha smesso da poco di prendere i suoi farmaci e questo ha completamente scombussolato il suo “tranquillo” quotidiano. Dopo anni passati in uno stato di semiveglia Dora sembra riprendere possesso del suo corpo. Affamata di emozioni e libera dai pregiudizi che imprigionano i cosiddetti “normali”, la protagonista di Dora or the Sexual Neuroses of Our Parents si lancia alla scoperata del mondo e del suo corpo per imbattersi finalmente nella sessualità. Sebbene questa si manifesti in modo apparentemente brutale, Dora non sembra sconvolta, al contrario il suo attaccamento nei confronti del suo improbabile amante non smette di crescere fino a stravolgere il suo intero nucleo famigliare. In effetti proprio mentre sua madre tenta disperatamente di avere un secondo figlio, è proprio lei a rimanere incinta. Un affronto che malgrado un’abbondante dose di buona volontà farà esplodere un equilibrio familiare faticosamente costruito.
Ciò che rende l’ultimo film di Stina Werenfels particolarmente interessante è la sua assenza di dogmatismo, il suo lasciar parlare la sensibilità di ognuno creando un puzzle di punti di vista che toccherà allo spettattore riunire. Sebbene il comportamento dell’amante di Dora, Peter (un sorprendente Lars Eidinger), sia moralmente punibile, la sua mancanza di scrupoli permette comunque a Dora di godere di emozioni che lei stessa rivendica e che vive senza quel sentimento di abuso che scaturisce dalla nostra percezione della cose. I piani soggettivi che mettono in evidenza la percezione particolare di Dora che ingigantisce dettagli per noi insignificanti sono particolarmente toccanti e rivelatori della nostra visione limitata delle cose.
L’adattamento che Stina Werenfels ha fatto della pièce del drammaturgo svizzero Lukas Bärfu ci spinge a riconsiderare, a volte in modo brutale, temi viscerali come la gelosia e la rivendicazione del nostro vero io in un andirivieni costante fra emozioni e realtà, fra lecito e proibito. Sebbene quelle dei genitori di Dora siano più paure che nevrosi, il cambiamento repentino di comportamento della loro figlia li obbliga a confrontarsi con la loro stessa concezione di “normalità” (che si riallaccia tanto alla vita di Dora quanto alla loro). Come detto da Peter “siamo tutti handicappati”, forse non fisicamente o mentalmente come Dora ma lo siamo spesso sentimentalmente, rinchiusi in un guscio di desideri inespressi e necessità ignorate. E questo che Dora ci insegna e quello su cui Stina ci obbliga a riflettere".

La regista svizzera Stina Werenfels ha presentato il suo ultimo film, Dora or the Sexual Neuroses of Our Parents, al Solothurn Film Festival di quest'anno e da allora lo ha portato nella sezione Panorama Special della Berlinale, prima di passare al Brussels Film Festival, dove ha vinto il nostro Premio Cineuropa.
Cineuropa: Dora or the Sexual Neuroses of our Parents si addentra in un argomento interessante ma imbarazzante per lo spettatore. Cosa gliel'ha fatto scegliere?
Stina Werenfels: Il film è basato sulla famosa opera del drammaturgo svizzero Lukas Bärfuss. L'ho vista nel 2003, e mi ha colpito per le sue qualità controverse e ambivalenti. Mi è sembrato che Lukas mettesse a nudo la nostra società occidentale e la sua ipocrisia. Sebbene viviamo in tempi permissivi e liberali e anche se si dice di dare pari diritti a chi soffre di disabilità mentale, quando si parla di sessualità - e soprattutto di gravidanza - suona il campanello d'allarme. La pièce mi ha permesso di entrare nella zona morale grigia di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, di ciò che è "normale" e ciò non lo è. Mi ha anche dato la possibilità di offrire due forti prospettive femminili sulla fertilità e sulla maternità.

Com'è riuscita ad evitare la rappresentazione convenzionale e stereotipata della disabilità mentale al cinema?
In primo luogo, ci vuole un sacco di ricerca e di immersione nella realtà delle persone con disabilità. Una rappresentazione stereotipata nasce dal mostrare la persona disabile da un unico punto di vista: la disabilità. Non solo è un cliché, ma è anche discriminatorio, perché ogni essere umano ha una vasta gamma di caratteristiche. I disabili sono spesso dipinti nei film come "carini" e "commoventi". È diventato quasi un genere... Ma la nostra Dora è anche viziata, irascibile e ha una voglia di vivere straordinaria; sa essere cattiva con i suoi amici e, soprattutto, ha una forte volontà. Questo la rende un personaggio, non una diagnosi.

Victoria Schulz regala una straordinaria performance, ma lei ha anche lavorato con attori con disabilità mentali. Ha mai preso in considerazione la possibilità di averne uno protagonista?
Sì, sicuramente: l'autenticità è importante. Durante il casting, ho visto recitare studenti con e senza disabilità. Mi sono poi resa conto di quanto la parte fosse estremamente complessa, dal momento che gli attori non disabili erano quelli più esitanti ad interpretare il ruolo per la sua crudezza fisica. Non era mia intenzione forzare una persona senza esperienza, disabile o meno, a fare un'interpretazione radicale. Sarebbe potuta diventare una situazione di abuso che volevo assolutamente evitare. Victoria Schulz non è venuta solo con il suo straordinario talento, ma ha anche subito condiviso la mia visione artistica su Dora: voleva andare lontano - questo è ciò che la interessa come artista. Come regista, voglio adempiere ad entrambi i compiti: essere sincera (e non manipolativa!) con l'attore e fedele al personaggio.

Sebbene sia anche sessuale, il film è molto più psicologico che fisico - la carne è presto sostituita dal cervello...
Amo i film emozionanti, erotici, fisici e "astuti" allo stesso tempo. Permettono al pubblico di valutare i propri sentimenti. Per me, il successo di un film non si misura in numeri, ma sul suo riuscire a portare le sue domande nella nostra vita quotidiana.

Com'è stato realizzare questo film? È stato difficile a causa del tema e dell'approccio?
Ci sono voluti sette anni, dalla scrittura alla prima alla Berlinale. I finanziamenti sono stati sicuramente la parte più difficile. Significava convincere le persone a dare soldi a un argomento tabù senza che io, come autore, smussassi gli spigoli. La sceneggiatura spaventava le film commission - ma era chiaro che rifiutarlo era più una reazione istintiva che un giudizio sulla sua qualità. Ma dobbiamo anche ricordare che, al tempo, il film d'autore in Svizzera era particolarmente sotto assedio: ero molto attiva in politica culturale in quegli anni per cercare di cambiare le cose.
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