Trama
Farah ha diciotto anni appena compiuti e una grande vitalità: vuole vivere libera, senza paura, scegliendo per se stessa, nella Tunisia del 2010, a pochi mesi dalla rivoluzione. Insieme al suo ragazzo, Borhène, e ad un gruppetto di amici, ha messo in piedi una band. La voce di Farah canta i problemi del suo paese, i sogni dei ragazzi, le ingiustizie. Hayet, sua madre, si riconosce in lei ma non può fare a meno di preoccuparsi. Farah, invece, non conosce la cautela: sgattaiola fuori la notte per cantare nei locali, recita poesie in pubblico e finisce per pagare amaramente il suo comportamento, quando viene prelevata e portata via dalla polizia.
La regista appena trentenne Leyla Bouzid sceglie, per il suo primo lungometraggio di finzione, un periodo recentissimo della storia della Tunisia, che per molti sta già scivolando nell'oblio: per ventitré anni, con Ben Ali al potere, il suo paese ha conosciuto la paura, la delazione, la violenza, dunque tornare all'altroieri, per la Bouzid, ha un doppio valore, quello di illuminare di consapevolezza il futuro e quello di ricordare, in un'epoca ombreggiata dal terrorismo, un altro terrore, non meno soffocante.
Per gran parte, il film riflette l'entusiasmo per le prime volte di Farah, e può sembrare quasi naïf al nostro occhio consumato dalla democrazia, ma il clima di tensione che la regista le fa crescerle intorno, lascia sapientemente il personaggio in una progressiva solitudine, quasi che il suo atteggiamento improntato alla libertà di movimento e di azione appaia un volontario e imprudente cacciarsi nei guai: come se il problema fosse lei e non il contesto. Questa riuscita immersione della regia si serve delle riprese documentaristiche di luoghi reali, spesso abitati da persone reali (gli avventori tutti uomini del bar in cui entra Hayet quando è in cerca della figlia, per esempio), che svolgono inconsapevolmente il loro ruolo. Le cose cambiano con la svolta drammatica, ma il crescendo è preparato dai momenti musicali, dove la musica dell'irakeno Khyam Allami e i testi della Bouzid e di Ghassen Amami, si fanno sintesi dell'infelicità sociale e della forza della resistenza giovanile (sono questi anche i momenti più comunicativi a livello cinematografico).
Soprattutto, Appena apro gli occhi è un film su una relazione, quella tra Farah e la madre, che è fatta di riconoscimento e di conflitto, una relazione, cioè, in cui la posta in gioco è la libertà, sineddoche famigliare di un tema molto più grande.

Regista
Leyla Bouzid è nata a Tunisi nel 1984. Nel 2003 si trasferisce a Parigi per studiare, prima letteratura francese alla Sorbona e, in seguito, regia alla Fémis. Nel 2011 dirige il film di diploma, Mkhobbi fi kobba, a Tunisi, pochi mesi prima della rivoluzione. Successivamente decide di girare, nel sud della Francia e con attori non professionisti, Zakaria. Questi due cortometraggi ricevono numerosi premi e una calda accoglienza nei festival francesi e internazionali. A peine j'ouvre les yeux è la sua opera prima.

Trailer
https://youtu.be/WI-ZjUigNTo


Scheda film

Data di uscita
2015
Paese
Tunisia, Francia, Belgio
Regia
Leyla Bouzid
Sceneggiatura
Leyla Bouzid, Marie-Sophie Chambon
Fotografia
Sébastien Goepfert
Interpreti
Baya Medhaffar, Ghalia Ben Ali, Montassar Ayari, Lassaad Jamoussi, Aymen Omrani
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